TroppoEGOtroppoSTUPIDO

Tratto da “SCRIVERE SULL’ACQUA” di A. Di Terlizzi.

“…Non è facile capire se una persona è davvero intelligente (quesito che di tanto in tanto potremmo porci anche su noi stessi). Troppo spesso l’intelligenza è confusa con la cultura, l’abitudine a parlare e scrivere o la capacità di comunicare se stessi e vendere bene il prodotto della propria immagine; ma per essere un buon venditore non è necessario essere intelligenti, basta avere studiato le migliori tecniche di vendita (l’intelligenza, semmai, entra in gioco per essere venditori straordinari).
Secondo la lingua italiana, intelligente è colui che ha la facoltà di “intendere”, ossia di capire le cose. È una buona definizione, anche se bisogna accordarsi sul significato di “intendere”.

A scuola, ad esempio, già nei primi anni di esperienza, non è raro che siano considerati intelligenti quei bambini che assorbono con facilità le nozioni presentate dall’insegnante, per poi ritradurle con lo stesso schema attraverso cui le hanno assimilate.

Al contrario, accade che i bimbi “alternativi”, i quali si muovono in territori meno meccanici, seguendo un loro personale percorso di comprensione, finiscano per essere considerati “difficili”.

Si dovrebbe però considerare che essere una macchina “ben oliata” non equivale ad essere intelligenti.
Cosa vuol dire, allora, intendere? Capire davvero? Per comprendere, per essere intelligenti, occorre la combinazione di due fattori: un intelletto sviluppato e una grande capacità di percezione emozionale o “empatia”.

Difficilmente senza “cuore” è possibile ottenere un alto grado d’intelligenza; questa si crea quando cuore e intelletto funzionano all’unisono.
Due persone osservano il medesimo fenomeno: una delle due legge e riconosce solo quello che è contenuto nel suo database intellettivo, senza percepire empaticamente ciò che si verifica davanti ai suoi occhi. In realtà sta guardando solo ciò che è presente nella sua esperienza e legge l’esterno attraverso il cammino già percorso.

L’altra, prima coglie empaticamente l’avvenimento e, subito dopo, va alla ricerca di fenomeni simili nella memoria del suo database. Se non trova nulla di riconoscibile incomincia a indagare su ciò che osserva, alla ricerca di nuovi dati comprensibili e, se ancora non trova nulla, incamera nel database intellettivo tutto ciò che ha notato, accettando di lasciarlo momentaneamente senza spiegazioni definitive.

Nel corso di tale processo assimila attraverso la sua sensibilità tutto quello che può, che sia conosciuto o sconosciuto.

Ciò che ha archiviato gli servirà in seguito, quando troverà altri fenomeni che potranno essere ricondotti a quei dati. In questo modo, avanzando per “percezione” e per intelletto, tenendoli ben separati ma facendoli collaborare, potrà imparare cose nuove.
Un fattore rilevante per lo sviluppo dell’intelligenza è la capacità di mettere in relazione fenomeni apparentemente inconciliabili fra loro o riconoscere la disuguaglianza di fondo in altri che appaiono simili.

Se guardiamo un oggetto colorato e profumato e ci spiegano che si chiama “fiore” l’intelletto tende a ritenere che qualsiasi cosa profumata e colorata, simile alla prima, sia essa stessa un fiore. Il pensiero cataloga i fenomeni senza empatia, senza percezione, ma semplicemente per associazione meccanica.

Un fiore, però, non è tale solo per il colore, il profumo e la consistenza. Esso possiede qualcosa di intimo che lo rende tale. Ogni cosa ha una sua vita, un’essenza delicata e invisibile che ne costituisce la natura e il cuore.

Il pensiero meccanico non può percepire tali distinzioni perché legge solo dati concreti e privi di sfumature. Ecco perché il “cuore” è fondamentale per sviluppare l’intelligenza.

Solo cogliendo per sensibilità l’essenza di ciò che osserviamo possiamo mettere in relazione i vari fenomeni della vita, scoprendo i collegamenti dietro alle apparenze e costruendo un sempre più complesso database intellettivo, vivificato dalla sensibilità.
L’intelligenza può essere sviluppata. Per farlo dobbiamo allenare l’osservazione priva di giudizio. Quando vediamo qualcosa che somiglia a ciò che già conosciamo il pensiero meccanico lo associa immediatamente. 

Bisogna addestrarsi a frenare queste associazioni meccaniche. Di solito, quando abbiamo stabilito che una cosa è in un certo modo, cessiamo di osservarla.

Esiste un fenomeno ben conosciuto che può spiegare quanto detto: la cecità al cambiamento.
Migliaia di esperimenti hanno dimostrato che se una persona è convinta di aver già visto qualcosa (presunzione di sapere) anche se questa muta sotto i suoi occhi, essa continuerà a scorgerla per come è convinta che sia.

Per quanto possa sembrare incredibile, è proprio così. La cecità al cambiamento è alla base di quelle meravigliose e apparentemente miracolose illusioni che sono capaci di creare i prestigiatori e gli illusionisti.
Per accrescere l’intelligenza, dunque, dobbiamo imparare ad osservare senza giudicare. Anche se crediamo di aver visto ogni aspetto di un fatto, di un luogo o di una persona, dobbiamo continuare ad osservare con attenzione. Tutti i dati che assimiliamo vanno tenuti in ASSENZA DI GRAVITA’.

Si deve lasciare, per così dire, che rimangano in sospensione, che “galleggino” nella mente, senza incasellarli rigidamente in uno schema predefinito.

Tutto ciò che è rigido, mentalmente ed emotivamente, impedisce lo sviluppo dell’intelligenza.

L’intelligenza è aerea, fluttuante come lo è la vita, nella quale non troviamo nemmeno due fili d’erba che sono fra loro perfettamente uguali.

È quasi impossibile che una persona rigida e troppo sicura di sé sia anche intelligente. Può essere colta, avere grandi competenze, essere furba, ma difficilmente sarò davvero intelligente.

Empatia e raziocinio sono fondamentali e non solo nei fatti più complessi della vita. Perfino in una trattativa di affari è impossibile usare l’intelligenza senza quella sensibilità che ci permette di percepire le reazioni (anche nascoste) del nostro interlocutore. Possiamo avere conoscenze enormi, grandissime competenze e un database intellettivo ricchissimo, ma se non capiamo in tempo reale che una certa parola ha prodotto l’effetto sbagliato non possiamo cercare rapidamente la soluzione al problema in atto.

Avere un intelletto sviluppato senza empatia serve a poco. Solo quest’ultima ci permette di cogliere le variazioni in atto, in tempo reale.

Essa ci mette in grado di avere intuizioni dinanzi a situazioni impreviste (che non fanno parte delle nostre pregresse esperienze).

Solo con l’intelligenza, infatti, è possibile far fronte al nuovo. L’intelletto, il sapere, la cultura fanno parte di ciò che è stato. Possono essere luci potenti, ma servono solo a illuminare e riconoscere il sentiero già percorso.

Di fronte a quello che non conosciamo non servono granchè. Se abbiamo sviluppato l’intelligenza, invece, possiamo imparare molto più rapidamente, anche in un contesto che non ci è consono.
E…cosa molto importante…l’intelligenza cessa di svilupparsi quando crediamo di sapere già. Ferree convinzioni e troppo ego sono la via diretta alla stupidità.”

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