OnlyTheBrave!

fonte: Romanzo Calcistico
“Il film della mia vita.

Nella prima scena ho 10 anni. Sto dormendo nella mia piccola casa a Juazeiro in Brasile. La casa odora di terreno bagnato e fuori è buio. Sono le 5 del mattino e devo aiutare mio padre nella sua fattoria prima di andare a scuola. Per ore è una competizione tra me e mio fratello a chi lo aiuta di più: perché chi vince potrà usare la sola bici che abbiamo per andare a scuola. E per me significa evitare di camminare 12 miglia, arrivare in ritardo alla partita con i miei amici al ritorno e soprattutto, riuscire a portare le ragazzine offrendo loro un passaggio. Per 12 miglia sono un uomo: quindi mi faccio il culo. Alla sera mio padre è in un piccolo bar dove lavora per realizzare qualche soldo in più: era un fenomeno a giocare a calcio da giovane, ma non aveva i soldi per farsi osservare nelle grandi città. Per questo vuole che io questa opportunità ce l’abbia, anche se questo dovesse ucciderlo. […]
La prima scuola calcio. Lo schermo ritorna nero. Ora ho 13 anni e mi trovo in questa accademia per giovani calciatori in una grande città, lontano dalla mia famiglia. Ci sono 100 ragazzi in un piccolo dormitorio, come in una prigione. Il giorno prima di partire, mio padre mi ha comprato un altro completo da calcio, ne avevo soltanto uno. Dopo il mio primo giorno di allenamento l’ho appeso perché si asciugasse: il giorno dopo era sparito, qualcuno l’aveva rubato. Questo è stato il momento in cui ho realizzato che non mi trovavo più nella mia fattoria: questo era il mondo reale e lo chiamano così perché la merda là fuori è davvero reale. Mi mancava la mia famiglia, qualcuno aveva rubato il mio completo, non ero il migliore lì: così mi sono fatto una promessa. ‘Non tornerai nella fattoria finché non avrai reso tuo padre orgoglioso di te. Diventerai un guerriero e non tornerai indietro, il resto non conta. […] 
Siviglia. Lo schermo ritorna nero. Ora ho 18 anni e sto per dire una delle poche bugie che ho mai detto nel calcio. Gioco per il Bahia quando uno scout mi dice: ‘Il Siviglia vuole prenderti’. Io rispondo: ‘Siviglia? Fantastico!’ Lo scout: ‘Sai dove si trova?’ e io dico ‘Certo che sì. Sivigliaaaaaa. Lo amo’, Ma non avevo idea di dove fosse, il nome mi sembrava importante e così ho mentito. Poi ho scoperto che giocavano contro Barcellona e Real Madrid. In portoghese abbiamo un’espressione per questi momenti. ‘Agora’. Come dire bang. Adesso. Andiamo. Sono a Siviglia, malnutrito da far pensare agli altri che sia lì per giocare con le giovanili. I sei mesi più difficili della mia vita. Non parlo la lingua, l’allenatore non mi fa giocare ed è la prima volta in cui penso seriamente di tornare a casa. Poi però ho pensato a quella divisa rubata. A mio padre con la tanica di insetticida sulla schiena. Così ho deciso di restare, imparare la lingua e farmi qualche amico: così almeno sarebbe stata un’esperienza di vita. Intanto l’allenatore diceva a noi difensori di non oltrepassare mai il centrocampo. Durante una partita, però, per qualche ragione, sono andato oltre. Dovevo essere me stesso. ‘Agora’. E sono andato. Attacca, attacca, attacca. ‘Ok Dani, nuovo piano. Qui a Siviglia tu attacchi’. Di colpo, come per magia. Siamo passati da essere una squadra da retrocessione a vincere due Coppe UEFA.
Barcellona. Lo schermo ritorna nero. Squilla il mio cellulare, è il mio agente. ‘Ti vuole il Barcellona’. Stavolta non devo mentire, so dov’è. Questo è il film che proietto nella mia mente prima di ogni partita, dicendo sempre a me stesso: ‘Merda, sono venuto dal nulla. Adesso sono qui. E’ irreale, ma io sono qui’. Ricordo, durante un allenamento, che Messi stava facendo delle cose illogiche. Le faceva ogni giorno, ma stavolta c’era qualcosa di diverso. Era stata una sessione molto dura durante la quale dribblava e segnava come un killer. Poi però ho guardato le sue scarpette: erano slacciate. Ho pensato ‘No, è impossibile, è uno scherzo’. Voglio dire, completamente slacciate, entrambe. Come la domenica al parco. Quello è stato il momento in cui ho capito che non avrei mai giocato con uno come lui nella mia vita. E beh poi c’è Pep. Se scrivi computer leggi Steve Jobs, se scrivi calcio leggi Pep. Un genio. Sapeva prima come le partite si sarebbero svolte. Quando qualcosa non andava si massaggiava la fronte, come fanno i geni, come a voler trovare una soluzione e… Bang! Trovata. ‘Faremo questo, questo e questo e segneremo. Andava così’.
Juventus. Posso immaginare che chi stia leggendo si stia chiedendo perché sto svelando queste cose. Beh, la verità è che ho 34 anni e non so per quanto tempo giocherò ancora. Forse due o tre anni. E avverto che la gente non capisce me e non conosce la mia vera storia. Quando sono venuto qui alla Juve era come se stessi lasciando di nuovo casa. Arrivato qui era come se stessi tornando a scuola. In tutta la mia vita avevo attaccato e amavo farlo e venivo qui dove la difesa è tutto. Ancora una volta stavo fissando una linea invisibile. Dovevo andare oltre? All’inizio non l’ho fatto, perché volevo che i giocatori della Juve capissero che stavo rispettando la loro filosofia e la loro storia. Una volta ottenuto il loro rispetto ho cercato di dimostrare anche a loro le mie qualità. Agora. Attaccare, attaccare, attaccare (e ok, anche difendere un pochino, altrimenti Buffon mi sgrida). A volte penso che la vita sia un cerchio: non riesco a liberarmi di questi argentini… Al Barça Messi. Alla Juve Dybala. I geni mi seguono! Ho visto in Dybala qualcosa di Messi. Non il semplice dono del talento puro. Ma quel dono combinato alla volontà di conquistare il mondo. Alla Juve è stata la nostra mentalità a portarci in finale di Champions. Troviamo sempre un modo di vincere: qui è un’ossessione e non ci sono scuse.
Questo sabato avrò l’occasione di vincere il 35° trofeo della mia vita. Un’opportunità speciale che non ha niente a che vedere con l’errore che la dirigenza del Barça ha commesso lasciandomi andare. Non lo ammetteranno mai, ma non è questo il punto. Ricordate quando vi ho detto che non sarei tornato indietro finché mio padre non sarebbe stato orgoglioso di me? Beh lui non è molto emotivo, non so quando è stato orgoglioso di me per la prima volta. Ma nel 2015 era a Berlino a vedermi vincere la Champions. Per la prima volta di persona. Dopo la festa in campo, abbiamo posato insieme con la coppa in mano. E mi ha detto qualcosa in portoghese, in realtà una brutta parola. Ma il concetto era: ‘mio figlio adesso è un uomo’. E sapete una cosa? Stavo piangendo come un bambino. E’ stato il momento più bello della mia vita. Sabato avrò l’opportunità di giocare un’altra finale contro un avversario familiare. Studierò CR7 come un’ossessione. Come sempre, guarderò lo specchio e partirà lo stesso film. Ricorderò queste cose… Il mio letto di calcestruzzo. L’odore di terreno bagnato. Mio padre con la sua tanica di insetticida sulle spalle. I 12 miglia di bicicletta. La divisa rubata. ‘Certo che so dove si trova Siviglia’. ‘Cazzo, vengo dal nulla’. ‘Ma adesso sono qui. E’ irreale, ma adesso sono qui’…